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Archivio: 24 Dicembre 2025

Strutture parlanti: chiarezza per l’uomo, problemi per i sistemi

Tutto nasce da una buona intenzione.
“Facciamo una struttura chiara, così tutti capiscono dove sono i file”.

Cartelle annidate, nomi lunghi, super descrittivi.
La struttura parla. Anzi, racconta tutta la storia del progetto.

Poi, un giorno, arriva la prima segnalazione.

Il file non si apre (ma esiste)
Su Windows, molti programmi (e non solo il sistema operativo) hanno limiti sulla lunghezza massima del percorso completo: cartelle + sottocartelle + nome file.

Quando questo limite viene superato:

  • il file è visibile
  • il file è copiabile
  • ma non è apribile da alcune applicazioni

Non perché sia corrotto, ma perché il percorso è troppo lungo per essere gestito correttamente.

La “soluzione”?
Copiare il file sul desktop. Rinominare. Accorciare il percorso.
Funziona… ma è già un segnale che qualcosa non va.

Nei backup il problema esplode davvero
Nei sistemi di backup la situazione diventa più critica.

Molti software:

  • riescono a salvare file con percorsi molto lunghi
  • ma non riescono a cancellarli durante le fasi automatiche di retention e cleanup

Questo porta a effetti a catena:

  • i file “non cancellabili” si accumulano
  • lo spazio disponibile diminuisce drasticamente
  • servono storage sempre più grandi, spesso inutilmente
  • con costi crescenti per dischi, licenze e infrastruttura

E soprattutto: ciò che dovrebbe essere automatico diventa manutenzione manuale, interventi periodici, script, workaround, tempo perso dall’IT solo per “ripulire” ciò che il sistema non riesce più a gestire da solo.

Il paradosso
Più una struttura è “parlante”, più diventa fragile e costosa nel tempo.

La vera buona pratica
La chiarezza va progettata, non lasciata crescere all’infinito:

  • limiti alla profondità delle cartelle
  • nomi file chiari ma essenziali
  • regole di naming pensate anche per sistemi operativi e backup

Perché una struttura efficace non deve solo essere leggibile dall’uomo, ma gestibile dalle macchine.

Vi è mai capitato di dover intervenire manualmente su un backup che “in teoria” avrebbe dovuto funzionare da solo?

“Dobbiamo essere più vicini alle persone.” Sicuri che sia sempre la scelta giusta?

Nel linguaggio aziendale contemporaneo, parole come vicinanza, collaborazione e leadership informale sono diventate quasi dogmi.
Peccato che, molto spesso, vengano tradotte in comportamenti che generano l’effetto opposto: disagio, chiusura e conflitti latenti.

Edward T. Hall ha descritto quattro distanze prossemicheintima, personale, sociale e pubblica — che regolano il modo in cui le persone percepiscono sicurezza, rispetto e ruolo nelle interazioni.

Non è psicologia astratta. È pratica organizzativa quotidiana.

  • La distanza intima non è una leva manageriale: quando viene forzata, produce invasione e perdita di fiducia.
  • La distanza personale è il perimetro minimo del rispetto professionale: senza di essa, ogni feedback diventa un attacco.
  • La distanza sociale è quella dei ruoli, dei processi e delle responsabilità chiare: se manca, nasce confusione.
  • La distanza pubblica serve per comunicare visione, regole e obiettivi comuni: senza, prevalgono interpretazioni personali.

Il punto non è “avvicinarsi” o “allontanarsi”, ma sapere quale distanza è funzionale in quel momento.

Avvicinarsi ai problemi è indispensabile.
Avvicinarsi ai processi è corretto.
Invadere lo spazio delle persone, invece, non migliora né le relazioni né le performance.

Il rispetto delle distanze è una forma concreta di rispetto delle persone.
E senza rispetto, nessun metodo, nessuna leadership e nessun miglioramento continuo possono funzionare davvero.

Nella tua organizzazione, quali distanze vengono più spesso confuse?
Confrontiamoci nei commenti.