Negli ultimi giorni ho letto con attenzione la Survey 2025 dell’Osservatorio TEA sull’automotive italiano.
Tra i molti dati rilevanti, uno in particolare merita una riflessione profonda:
- Circa il 40% delle imprese non redige un business plan formale
- Quasi il 60% si autofinanzia
In un settore che affronta:
– transizione tecnologica
– elettrificazione
– pressioni competitive globali
– riduzione attesa dell’occupazione (-4,9% nel triennio)
la pianificazione strategica non può essere un optional.
E qui emerge una criticità che riscontro spesso anche al di fuori dell’automotive: il business plan viene ancora percepito come un documento “per la banca”, non come uno strumento di governo.
Senza una pianificazione formale:
- le scelte di investimento diventano reattive
- l’innovazione viene rinviata
- l’accesso al capitale resta complesso
- la visione industriale si accorcia
Non è un caso che il report parli di “struttura finanziaria rigida e scarsa pianificazione”
In uno scenario di trasformazione radicale, il vero rischio non è sbagliare direzione.
È non sceglierne una.
Il business plan non è un esercizio burocratico.
È il luogo in cui un’impresa decide chi vuole essere tra tre anni.
Forse oggi la vera innovazione non è solo tecnologica.
È culturale.